Annunci: Lo spettro della valutazione

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Lo spettro della valutazione

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La chiusura improvvisa delle scuole ci ha catapultati in un contesto inimmaginabile al quale abbiamo dovuto adattarci giorno dopo giorno. Inizialmente abbiamo sperato che tutto finisse presto. Qualcuno ha cominciato sin dai primi giorni a giocare con video e audiolezioni. Negli scambi di messaggi con la mia quinta fantasticavamo di fare lezione al parco o sul terrazzino di casa mia, magari con noccioline e crodino. Gradualmente però abbiamo dovuto prendere atto che la scuola non avrebbe riaperto a breve, e allora nelle nostre teste ha cominciato a ronzare vorticosamente uno sciame di “come”: come fare lezione, come contattare gli studenti, come portare avanti i programmi? Abbiamo cominciato a familiarizzare con zoom, teams, forms, screencast: nomi che per molti fino al giorno prima suonavano ostrogoto.

Uno dei “come”, intanto, cominciava a ronzare più forte degli altri: come valutare? Il grande spettro della nostra scuola proiettava la sua ombra anche sull’emergenza sanitaria. Per qualche settimana siamo rimasti in un limbo in cui sembrava ancora possibile scegliere di non valutare, rimandando la questione a un rientro, per quanto in extremis, tra i banchi. Cominciava però già a serpeggiare una certa inquietudine: senza voti ci sentivamo vulnerabili, come guerrieri a cui avessero strappato la corazza. In un articolo apparso sul blog della rete Bessasi mette a nudo criticamente quel meccanismo che ci porta a pensare che senza i voti gli alunni non avranno motivo di seguirci, allo stesso modo in cui non riusciamo a liberarci dell’idea che senza sanzioni sia impossibile costruire un ambiente scolastico vivibile.

A lenire le nostre ferite è arrivata la nota 388 del 17 marzo, che perentoriamente recitava: “si tratta di affermare il dovere alla valutazione da parte del docente, come competenza propria del profilo professionale, e il diritto alla valutazione dello studente, come elemento indispensabile di verifica dell’attività svolta, di restituzione, di chiarimento, di individuazione delle eventuali lacune.”

Diventa chiaro a quel punto che la valutazione s’ha da fare, ma questo non risolve ancora il problema di come farla. Di fronte al sollevarsi delle prime critiche, da parte dei sindacati, all’obbligo di attivare la Didattica a distanza, il gruppo Condorcet. Ripensare la scuola dalle colonne del blog leparoleelecose invitava al buon senso e indicava una lettura soft delle indicazioni ministeriali:“per valutazione non si intende il “nudo voto”, bensì il processo che permette allo studente di valorizzare le sue potenzialità e individuare i suoi limiti.” Sembrava una soluzione provvisoria praticabile: avremmo usato valutazioni “formative” per guidare gli studenti nel percorso di apprendimento. I ragazzi non avrebbero subito lo spaesamento legato all’improvvisa scomparsa dei voti - oltre che dei banchi, dell’intervallo al bar e di tutto il resto – e noi docenti avremmo conservato la nostra merce di scambio per ottenere partecipazione e impegno. Sorvoliamo sul fatto che, come sintetizzato da Vincenzo Sorella recensendo Philippe Meirieu per Doppiozero, il voto come lo usiamo a scuola scaturisce da “una pedagogia bancaria, espressione mutuata dall’educatore brasiliano Paulo Freire, che scambia conoscenze con voti e si limita a un’assurda monetizzazione dei saperi”. Siamo in emergenza: non sarà certo questo il momento di ripensare ai fondamenti della nostra azione educativa, no?

Dunque siamo arrivati a questo punto: daremo i soliti voti numerici per segnare il percorso fino alla conclusione dell’anno scolastico e poi? Come agiremo in sede di scrutinio?Il problema della valutazione non si lascia risolvere così facilmente. Intanto il Decreto Legge 22 dell’8aprilee le dichiarazioni che lo seguono fanno intendere che gli studenti saranno tutti ammessi alla classe successiva anche con valutazioni inferiori al sei. Non servono grandi doti di deduzione per intuire che il Ministero si attende una valutazione numerica non solo sul piano “formativo” ma anche in ottica “sommativa”. Su questo punto il disagio monta. Si cercano soluzioni: sentiamo che sigillare questa didattica di emergenza con un numero, che porta con sé un tale peso psicologico e simbolico, fa ribellare la nostra coscienza professionale e personale. Le proposte sono le più varie e assolutamente animate da buonsenso. Si pensa di temperare la valutazione sommativa del secondo periodo dell’anno scolastico con quella del primo, non inquinata dall’esperienza della didattica a distanza. Si propongono dei criteri per la valutazione della didattica a distanza che non siano strettamente collegati ai risultati ma valorizzino in qualche modo il processo, attraverso indicatori quali partecipazione e disponibilità da parte degli studenti. Rimane solo il dubbio di cosa esattamente stiamo valutando: volontà o possibilità? Attenzione dello studente o controllo da parte delle famiglie? Disponibilità personale o di mezzi tecnologici adeguati? Giovanni Accardo, su leparoleelecose, pone domande che scalfiscono le nostre certezze: “Come facciamo a valutare competenze che non abbiamo insegnato? Perché gli studenti dovrebbero averle? E poi vengono favoriti gli studenti che dispongono di strumenti e connessioni più efficaci.”

In questo contesto cominciano a levarsi voci che chiedono di fare un passo indietro rispetto all’opportunità di chiudere quest’anno scolastico con una valutazione numerica. La FLC CGIL ha lanciato una petizione per l’abolizione del voto numerico nella scuola primaria, mentre la rivista insegnare, voce del CIDI, ha lanciato una raccolta firme “Per la moratoria della valutazione in voti in ogni ordine di scuole”. Le motivazioni di quest’ultima iniziativa sono riassunte per punti in una lettera pubblicata sul sito della rivista:

“Si rischia infatti:

·         di  attribuire voti decimali alle modalità di adattamento e risposta alle sollecitazioni didattiche di emergenza, che andrebbero al più osservate e descritte  (un assurdo);

·         di misurare  in decimi valutazioni di tipo  formativo che si fondono su dinamiche di  processo, ma in assenza di processo tangibile  (un falso);

·         di misurare in decimi prove e prestazioni, nelle quali può accadere di valutare la qualità delle connessioni o delle dotazioni tecnologiche (un non senso), magari facendo media fra prestazioni parziali e disomogenee (procedura non prevista dalla normativa della scuola di base);

·         di dare valutazioni disciplinari sintetiche quantitative, che non hanno sufficienti fondamenti e  riscontri attendibili (un grave errore);

·         di valutare  le competenze diffuse o le condizioni di vita nell’ambiente famigliare (una palese ingiustizia);

·         di valutare anche chi, per i motivi più vari - ma sicuramente con fondamento socio-culturale - è letteralmente sparito dal quadrante virtuale della scuola (un abominio).

Insomma, ci si appresta a scrivere in atti ufficiali una quantità enorme di falsi. Perché ci si ostina a compiere atti così palesemente iniqui e a così forte rischio di invalidazione?”

Chi scrive si rende perfettamente conto dell’enorme difficoltà nel tenere in piedi una riflessione pacata e approfondita di fronte alla situazione attuale, specie su un tema così sentito e complesso come quello della valutazione, però è necessario almeno porci delle domande e prendere atto che l’emergenza sta portando a galla aspetti controversi del nostro fare scuola con cui prima o poi dovremmo fare i conti.

                                                                                                                                             Mariano Acanfora​

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Elemento creato il 13/05/2020 21:49 da Alberto Elia
Ultima modifica eseguita il 13/05/2020 21:49 da Alberto Elia